Come promesso pubblichiamo la seconda parte del racconto “Libertè, Egualitè, Fraternitè” di Ginevra Bordon, della classe 3C. Ma prima, vi proponiamo l’intervista che le abbiamo condotto: è stata una bella chiacchierata e abbiamo scoperto molte cose interessanti sul suo rapporto con la scrittura e sull’articolato mondo di personaggi e storie che ha creato.
Quando hai capito che ti piaceva scrivere? C’è stato un momento preciso? In altre parole… com’è nata la tua passione?
Ho capito che mi piaceva scrivere quando frequentavo la quinta elementare anche se mi piace leggere da quando sono piccola. La mia passione è nata grazie alla mia famiglia. Anche i miei genitori sono dei lettori forti e attraverso i libri che avevo a casa ho scoperto la bellezza delle storie e poi della scrittura, che per me è un momento di sfogo, un’attività che mi aiuta a liberarmi dai pensieri negativi.
Che tipo di storie ti piace di più inventare?
Mi piace inventare storie in cui le vite dei vari personaggi si intrecciano. Prima strutturo le storie di ciascun personaggio partendo dal lavoro che svolgono e dal loro aspetto fisico e poi delineo la loro personalità. Infine le unisco, faccio incontrare i miei personaggi. A volte attribuisco anche dei colori ai miei personaggi, questo mi aiuta a ricordare quali sono le loro caratteristiche principali: ad esempio il personaggio di Hermann, del racconto che avete pubblicato (in “Ginevra, piccola grande scrittrice” del 23 febbraio 2026, ndr), è rappresentato da un verde-marrone, il colore della sua divisa da soldato. Inoltre ambiento le mie storie nella Germania degli anni ’30-’40 perché è un periodo che mi affascina e che ho studiato molto. Mi piace anche scrivere racconti d’avventura o gialli con indagini complesse.
Da dove ti vengono le idee quando scrivi?
Mi faccio inspirare dai libri che leggo, dalle serie televisive che guardo, da ciò che mi capita e da quello che le persone, i miei amici mi raccontano. Osservo molto quello che succede intorno a me, ma poi sviluppo tutto e ci metto del mio.
Ti capita mai di bloccarti e di non sapere come continuare una storia? Cosa fai in quei momenti?
Sì, a volte succede. In quei casi penso a ciò farebbe uno dei miei personaggi: Cosa scriverebbe? E mi lascio guidare da quell’idea. Altre volte semplicemente mi fermo a riflettere, mi riposo e cerco l’ispirazione in ciò che accade intorno a me.
Ti ispiri a qualche scrittore in particolare?
Sì, mi ispiro soprattutto a Jules Verne per i suoi classici d’avventura, a Marcello Simoni (scrittore contemporaneo di gialli storici, ndr) e a Matteo Strukul (scrittore padovano noto per la serie di romanzi gialli “Le indagini del Canaletto”, ndr).
Quali libri consiglieresti ai ragazzi che ci leggono?
I romanzi degli autori che ho appena citato, sono molto avvincenti e per nulla noiosi, ti tengono incollato alla pagina. Ma comunque va bene leggere tutto.
Ti piacerebbe continuare a scrivere anche in futuro?
Sì, al momento punto a continuare la raccolta di racconti che sto scrivendo. Sto anche lavorando ad altre storie con un’ambientazione diversa, infatti sto studiando l’America meridionale. Comunque il mio sogno è quello di arrivare a pubblicare i miei racconti.
Completa la frase: SCRIVERE PER ME SIGNIFICA……
Esprimersi ed è un modo per sfogarsi.
Di Furlan Filippo, Gottardo Maila e Vendrame Francesca
EGALITE’
Sto camminando da non so quante ore, sono stato cacciato anche dall’hotel “Edelweiß”, a dirla tutta sono stato lì più del solito, erano molto gentili i proprietari e capivano la mia situazione. Poi però i loro figli sono arrivati e si sono arrabbiati, da quello che ho capito erano gelosi che io potessi rimanere nell’hotel mentre loro dovevano trovarsi una casa. In ogni caso ho preparato il mio zaino e ho iniziato ad andarmene, ho promesso ai proprietari che li avrei pagati, quindi ora sto andando a cercare un bar aperto per guadagnare qualche spicciolo. Non sto riuscendo a trovare nulla, ho fame e ormai mi fanno male le gambe da quanto sto camminando, per di più il tempo non è dei migliori, si sentono dei tuoni in lontananza e penso che stia per arrivare un temporale. Tutti i bar sono ormai chiusi, penso che mi metterò in qualche strada coperta sperando per il meglio.
So che dove sono ora non è il posto migliore del mondo, anzi, prima di venire qui stavo pranzando con un panino che i proprietari dell’hotel mi avevano preparato, un ragazzino è venuto da me, diceva che non gli piaceva vedere le persone mangiare da sole. Abbiamo parlato per un po’ e mi ha spiegato che nella Bismarckstraße spesso passa Markus Freiherr. Quando il ragazzo disse quel nome rimasi paralizzato, come se un fulmine mi avesse colpito. Markus Freiherr è un grandissimo esponente della politica tedesca e, anche se giovane, era già conosciuto in tutto il Paese, e probabilmente anche in qualche Nazione straniera come la Spagna o l’Italia. La Bismarckstraße era l’unica strada coperta qui vicino e a Herr Freiherr non sarebbe certo piaciuto vedere un ragazzo senzatetto nella strada di ritorno a casa.
Mi sono lasciato trasportare dai pensieri ma ora sono arrivato al portico, spero veramente che Freiherr non passi da qui, magari oggi, dato che c’è un temporale, prenderà una strada più veloce o magari userà la macchina, l’unica cosa che so è che non voglio che mi trovi in queste condizioni.
Ho controllato il mio zaino per prendere un cappotto che avevo recuperato, è troppo grande ma tiene caldo e mi durerà ancora qualche mese, spero. Ho notato che non ho nulla per cena, ero sicuro che i signori Becker, i proprietari, mi avessero dato due panini, uno per pranzo e uno per cena. A quanto pare i loro figli pensavano che fosse divertente far saltare il pasto serale a un loro coetaneo dato che ho appena trovato una letterina che legge: “Così impari a rubarci l’eredità orfanello immigrato”. Non che abbiano torto, sono sia orfanello che immigrato, vengo dall’Irlanda e mio padre mi ha lasciato in un bar solo soletto, però credo che avrebbero potuto esprimersi più gentilmente e non farmi saltare la cena. Già mangio poco e lasciare indietro un pasto non è il massimo.
Sta piovendo, anzi, diluviando e penso di sentire dei passi. Se non mi sto sbagliando e non li sto confondendo con dei tuoni in lontananza, il che mi sembra impossibile da quanto leggeri sono, potrebbe essere un problema perchè se Markus Freiherr passa per questa strada mentre un ragazzino appena maggiorenne stretto in un cappotto per tenersi caldo, se Markus Freiherr vede un ragazzo povero, non puramente tedesco, nella sua città, nella sua strada per casa, beh non ci sono molte cose buone a cui pensare. L’unica cosa che ti puoi immaginare è uno sparo e poco sangue perché Freiherr non sporca mai, fa tutto in modo preciso e pulito. Non ti sparerà mai al collo, da lì uscirà troppo sangue, preferirà lo stomaco o i polmoni, quelle zone, se colpite dalle pallottole, sono molto fragili e il colpo risulterà letale e come bonus non sporcherà.
“Kind che ci fai qui? Dove sono i tuoi genitori?”, rabbrividii a quelle parole. Non per il forte vento o per la pioggia, ma per la freddezza glaciale di quella voce. Normalmente ti aspetteresti dell’accoglienza, della simpatia, se una persona vede un ragazzino rannicchiata dentro un cappotto, da solo, in mezzo a un temporale, normalmente proverà pietà. Ma chi ha mai detto che Markus Freiherr è normale?
“Kind?”, la voce cominciò a scendere, non di tonalità, ma letteralmente, come se la persona si stesse abbassando, mi voltai ed effettivamente, per mia sfortuna, Freiherr era accovacciato a fianco a me. Inizialmente tremai, sia per il vento sia per gli occhi marroni privi di emozioni che mi stavano guardando. Lentamente iniziai a tremare solo per il meteo, gli occhi del politico stavano diventando più “vivi”, come se le emozioni stessero prendendo il sopravvento sulla sua freddezza. Posò lo sguardo sul mio libro di lingua giapponese che sporgeva leggermente dallo zaino, so già il russo, l’irlandese e il tedesco e ora vorrei imparare giapponese, francese, spagnolo e inglese. Sono a buon punto con la lingua nipponica e successivamente mi dedicherò, o almeno spero, al francese e all’inglese, lasciando spagnolo e italiano come ultime. Freiherr prese il mio zaino e sistemò il libro al suo interno, per poi metterselo in spalla. Mi fece segno di seguirlo.
Ora stiamo camminando da qualche minuto, lui mi sta tenendo con una mano sulla schiena, non è severo o rigido, mi sta accompagnando come se fossi suo figlio, spesso saluta altri ufficiali e questi sorridono anche a me come se mi conoscono da chissà quanto tempo. Per scherzare ho iniziato a chiamare questa cosa “effetto Freiherr”, che consiste in una relazione causa-effetto molto semplice: se sei sotto l’ala di protezione di Markus tutti gli ufficiali ti rispetteranno, non perchè ti conoscono ma perché rispettano il fatto che tu sia entrato nella bolla di uno dei ragazzi più potenti di questi anni. “Kind come mai sei da solo?” “Diciamo che sono sempre stato da solo…”, non potevo dirgli che mio padre quando avevo otto anni mi ha lasciato in un bar ma fortunatamente i proprietari mi hanno dato ospitalità finché il bar non ha chiuso i battenti. Freiherr a quanto pare prova qualcosa chiamata “pena”, a essere sincero non pensavo che questa parola esistesse nel suo vocabolario, poichè mi passò la mano sulla schiena e mi diede il suo cappello per ripararmi meglio dalla pioggia.
Mi ha portato a casa sua e ora sono seduto nel suo salotto e posso assicurarvi che non mi immaginavo la casa di Markus Freiherr, il ragazzo più freddo, rigido, senza anima della Germania, fosse così accogliente. Ha una famiglia. Una vera famiglia. Una moglie e due figlie. Ci rendiamo conto? Markus Freiherr che ama qualcuno? Non succederebbe neanche nei sogni della persona più malata del mondo. Mi aspettavo che Freiherr fosse manesco ma la moglie sembra felice… mi ha detto che si chiama Héloïse Willems. Mi ha raccontato un po’ di lei e di come ha conosciuto Markus. Lei è nata a Ypres nel 1914, che brutto anno, nel 1915 i suoi genitori l’hanno mandata con le due sorelle maggiori e le due domestiche in Germania, a Berlino, per cercare di stare il più distante possibile dal fronte. Fortunatamente nel 1917 il padre è stato rimandato a casa e la madre è tornata con lui dato che era un’infermiera che si occupava dei soldati, con qualche giochetto sono riusciti ad attraversare la Svizzera e poi arrivare a Berlino, erano molto astuti. Héloïse è appassionata di cucina ma ha deciso di studiare medicina e ora sta facendo gli ultimi studi dato che non è la sua prima passione (anche se non le dispiace studiarla). Nel 1931 ha conosciuto Markus, lei stava tornando a casa dalla scuola e dei ragazzi decisero che era opportuno disturbarla. Peccato che avessero scelto la ragazza sbagliata, perchè Héloïse è sempre stata una signorina forte e indipendente, quindi ovviamente ha provato a difendersi, ma era sfavorita dal punto di vista numerico. Per puro caso, e pura fortuna, Markus passava per quella strada e lui odiava, e odia tutt’ora, con anima e corpo quando le donne vengono trattate come “inferiori”, ed è riuscito a scacciare i ragazzi. Ha accompagnato Héloïse a casa e i genitori di lei lo hanno invitato a cena per ringraziarlo e lui ha fatto subito buona impressione con le sue maniere. “È uno di quegli amori che scattano subito, come si dice… amore a prima vista”, mi spiegò Héloïse, “Da quel giorno Markus ha iniziato a portarmi sempre un mazzo di fiori, non importava il meteo, poteva piovere, nevicare, o poteva esserci un vento talmente forte che si faticava a camminare, lui veniva sempre con un mazzo di tulipani bianchi e azzurri, si ricordava i miei colori preferiti”.
Oh.
Ok.
Mi rimangio qualsiasi cosa io abbia detto su Freiherr, specialmente il “Non ha un’anima e non prova emozioni”.
Hanno iniziato a frequentarsi e quello stesso anno Annaliese è nata, l’anno dopo si sono sposati e nei due anni successivi è nata Della. “Non avevamo paura di iniziare una famiglia, ci amavamo e i soldi non mancavano, per giunta i nostri genitori diventarono amici, eravamo, e siamo ancora, come una grande famiglia” “Frau Freiherr, mi permetta di dire che questa storia è veramente fantastica” “Chiamami pure Héloïse, tu caro, come ti chiami?” “Kaj Donovan” “Non sei di queste parti vero?” “No signora, vengo da Dublino” “Ah, vedo vedo, l’Irlanda è un luogo bellissimo, ci vorrei andare un giorno” “Beh, allora mi offro già come guida turistica”, era molto facile parlare con Héloïse e la sua risata era meravigliosa, Markus era veramente fortunato.
Ho conosciuto anche Della e Annaliese. Prima le avevo solamente viste giocare con Markus, mentre ora stiamo cenando insieme. Annaliese ha i capelli biondo dorato e gli occhi verdi, quasi trasparenti da quanto chiari sono, proprio come sua madre. Della invece è la copia di Markus, capelli castani e occhi marroni, l’unica loro differenza è la personalità, ovviamente, e il fatto che i capelli di Della sono leggermente riccioli. La cena è semplice ma molto buona, una zuppa di patate, un po’ di pane e il piatto più buono: il Sauerbraten. Annaliese, da brava bambina di sei anni, mi sta spiegando che sua madre è la proprietaria di un ristorante, e in realtà è anche la cuoca, mentre una delle loro domestiche è la cameriera. La loro specialità è il Sauerbraten ed è il migliore di tutta Berlino. È un posto accogliente con sempre i soliti clienti, Héloïse lo ha chiamato “Die Familie”, perché è un po’ come se fossero tutti una famiglia.
Markus mi ha spiegato, dopo cena, cosa faremo.
Io oggi dormirò qui e domani, dato che ha il giorno libero, vuole comprarmi una casetta qui vicino e vuole farmi conoscere dei madrelingua. Héloïse parla francese quindi mi darà una mano lei, mentre Markus conosce un ragazzo italiano e uno spagnolo e me li farà incontrare.
Quindi Freiherr non è il diavolo, o meglio, la maggior parte delle persone vede la parte apatica e fredda. Ma Freiherr non si considera mai al di sopra delle persone, si considera uguale agli altri, semplicemente con qualche soldo e qualche potere in più. Per lui siamo tutti uguali ma decide di proteggere solo le persone che se lo meritano perché sa come questo mondo possa essere, sbagliatamente, ingiusto.
P.S. anche “Égalité” è ambientata nel 1938